L’idroelettrico torna al centro della politica industriale italiana. Non soltanto come fonte rinnovabile, ma come infrastruttura strategica da proteggere in una fase nella quale guerre, tensioni internazionali e volatilità dei mercati hanno riportato la sicurezza degli approvvigionamenti tra le priorità per governi e imprese.
A indicare la direzione è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che il 14 settembre ha ribadito l’intenzione dell’Italia di mantenere la gestione degli impianti idroelettrici nelle mani di operatori nazionali. Come riporta Reuters, la posizione arriva mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha riportato la sicurezza energetica ai vertici dell’agenda del Governo.
Dietro la dichiarazione c’è però una partita molto più ampia. Le grandi derivazioni idroelettriche rappresentano infatti un punto d’incontro tra produzione di energia rinnovabile, gestione dell’acqua, infrastrutture, investimenti di lungo periodo e controllo di asset considerati sempre più sensibili.
Per il sistema produttivo il tema non è secondario. La crisi energetica degli ultimi anni ha mostrato quanto il prezzo e la disponibilità dell’energia possano incidere direttamente sui margini delle aziende, soprattutto nei comparti più energivori. In questo scenario, disporre sul territorio nazionale di una capacità produttiva programmabile e rinnovabile assume un valore che va oltre la quantità di elettricità generata.
La partita delle concessioni
Il nodo è quello delle concessioni idroelettriche e delle modalità con cui potranno essere assegnate o riassegnate. Il quadro italiano è da tempo oggetto di confronto tra esigenze di concorrenza, competenze regionali, tutela degli investimenti e volontà di mantenere il controllo nazionale delle infrastrutture. Nel corso del 2026 il Parlamento è intervenuto anche sulla cosiddetta “quarta via”, introducendo la possibilità, a determinate condizioni, per Regioni e Province autonome di riassegnare direttamente le concessioni ai concessionari uscenti come alternativa alle procedure competitive.
Non si tratterebbe però di una semplice proroga automatica. La disciplina prevede una proposta tecnico-economica e finanziaria e un piano pluriennale di investimenti sugli impianti e sui territori interessati. La valutazione dovrebbe inoltre tenere conto della congruità della remunerazione del capitale rispetto alle normali condizioni del mercato delle rinnovabili.
È proprio questo passaggio a rendere la questione rilevante anche per il mondo delle imprese. La discussione non riguarda soltanto chi controllerà le centrali, ma quali investimenti verranno effettuati per ammodernarle, aumentarne l’efficienza e integrare la produzione idroelettrica nel sistema energetico dei prossimi decenni.
Energia e territorio
C’è poi un altro elemento che lega direttamente le concessioni allo sviluppo economico locale. Nel quadro discusso in Parlamento è previsto che i concessionari siano tenuti a corrispondere un contributo economico legato all’energia prodotta, destinato a progetti di sviluppo sociale, economico e produttivo dei Comuni interessati. È contemplata inoltre una quota di energia a prezzi calmierati finalizzata anche a sostenere la competitività del sistema produttivo locale e la sostenibilità dei costi energetici per i residenti.
L’idroelettrico assume così una doppia dimensione: infrastruttura nazionale e risorsa territoriale. Per le aziende che operano nelle aree interessate dalle concessioni, la capacità di collegare produzione energetica, investimenti e sviluppo locale può diventare un fattore competitivo. Ma perché ciò accada serviranno regole capaci di conciliare stabilità degli affidamenti, investimenti e condizioni economiche efficienti.
Il difficile equilibrio tra controllo e concorrenza
È qui che emerge il punto più delicato. Difendere il controllo nazionale degli asset energetici risponde a un’esigenza di sicurezza diventata più evidente con le crisi geopolitiche. Ma la tutela dell’interesse strategico deve convivere con la necessità di garantire concorrenza, investimenti e costi sostenibili.
Il dibattito parlamentare ha già evidenziato questa tensione. Nel giugno scorso, in Senato, sono state sollevate osservazioni sui possibili effetti della mancata apertura delle concessioni alla concorrenza e sul rischio che determinate scelte possano riflettersi sui costi sostenuti dagli utenti finali.
Il tema, quindi, non può essere ridotto alla contrapposizione tra operatori italiani e stranieri. La questione industriale è più complessa: quale modello consente all’Italia di mantenere il controllo strategico delle proprie risorse garantendo contemporaneamente investimenti, efficienza e prezzi competitivi?
L’idroelettrico torna politica industriale
Le tensioni internazionali stanno modificando il modo in cui l’Europa guarda alle infrastrutture. Energia, telecomunicazioni, semiconduttori, cloud e materie prime non sono più considerati soltanto mercati nei quali massimizzare l’efficienza: sono diventati anche elementi della sicurezza economica.
L’idroelettrico italiano rientra pienamente in questa trasformazione. La possibilità di produrre energia rinnovabile sul territorio nazionale riduce la dipendenza dalle importazioni e offre una maggiore capacità di gestione del sistema elettrico. Ma il valore di questi asset dipenderà anche dagli investimenti che verranno realizzati per mantenerli efficienti e adeguarli alle nuove esigenze energetiche.
Per gli imprenditori, la partita delle concessioni può sembrare distante. In realtà riguarda una delle variabili che negli ultimi anni ha inciso maggiormente sulla competitività italiana: la disponibilità di energia sicura, programmabile e a costi sostenibili.
La posizione espressa dal Governo apre quindi una questione che va oltre la nazionalità dei futuri concessionari. Se l’Italia vuole considerare l’idroelettrico un asset strategico, dovrà dimostrare che il controllo nazionale può tradursi in nuovi investimenti, maggiore sicurezza degli approvvigionamenti e benefici concreti per il sistema produttivo. Perché nell’economia segnata dalle tensioni geopolitiche, controllare un’infrastruttura energetica è importante. Ma renderla efficiente, moderna e competitiva lo è ancora di più.