Il mercato del lavoro italiano raggiunge nuovi massimi, ma dietro il miglioramento degli indicatori emerge una trasformazione destinata a incidere sempre di più sulle strategie delle imprese. Nel secondo trimestre del 2026 il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,1%, il livello più elevato registrato, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,6%, in lieve aumento rispetto al trimestre precedente.
Numeri che confermano la solidità raggiunta dal mercato del lavoro negli ultimi anni, ma che raccontano soltanto una parte della storia. La questione sempre più rilevante per le aziende riguarda infatti chi sta alimentando la crescita dell’occupazione e quale sarà la disponibilità di lavoratori nei prossimi anni.
La fotografia più recente conferma la tenuta. A luglio gli occupati sono 24 milioni e 370mila e il tasso di disoccupazione si attesta al 5,8%, un livello inferiore al 6,4% dell’area euro. Rispetto a giugno l’occupazione è sostanzialmente stabile, con un aumento tra gli uomini e i 35-49enni e una diminuzione tra le donne e nelle altre fasce d’età.
Ma è osservando un periodo più lungo che emerge il cambiamento strutturale. Nel focus dedicato al mercato del lavoro contenuto nella Nota sull’andamento dell’economia italiana, l’Istat rileva che tra il 2021 e il 2026 il tasso di occupazione è aumentato mentre la disoccupazione è diminuita. La crescita, però, non ha interessato nello stesso modo tutte le generazioni.
La fascia che ha registrato l’incremento più consistente è quella dei 50-64enni, con un aumento del tasso di occupazione di 7,8 punti percentuali. I più giovani rappresentano invece l’unica classe d’età esclusa dalla crescita registrata nel periodo. Secondo l’Istat, sulla dinamica incidono anche il progressivo invecchiamento demografico e gli effetti delle riforme pensionistiche.
Contemporaneamente cambia la struttura contrattuale dell’occupazione. Si rafforza infatti il lavoro stabile, con un aumento dei dipendenti permanenti e una riduzione dei lavoratori a termine. Anche a luglio l’occupazione cresce tra dipendenti permanenti e autonomi, mentre diminuisce tra i dipendenti a termine.
Per il sistema produttivo è un’evoluzione con due facce. Da una parte, maggiore occupazione e più contratti stabili rappresentano un segnale positivo per consumi, redditi e capacità delle aziende di trattenere professionalità. Dall’altra, il progressivo spostamento della forza lavoro verso le fasce di età più elevate rende sempre più urgente programmare il ricambio generazionale.
Il problema riguarda soprattutto quelle imprese nelle quali una parte significativa del know-how è legata all’esperienza accumulata nel tempo: manifattura, meccanica, costruzioni, artigianato specializzato, ma anche studi professionali e servizi ad alta qualificazione. Quando un lavoratore esperto lascia l’azienda, sostituirlo non significa semplicemente coprire una posizione, ma riuscire a trasferire competenze spesso costruite nell’arco di decenni.
La sfida diventa quindi anticipare il cambiamento. Formazione, affiancamento tra generazioni, percorsi di carriera e capacità di attrarre giovani assumono un valore sempre più strategico. Il record dell’occupazione rappresenta dunque una buona notizia per l’economia italiana, ma apre contemporaneamente una domanda per le imprese: chi sostituirà nei prossimi anni la generazione di lavoratori che oggi sostiene una parte crescente dell’occupazione? È su questa risposta, più ancora che sui nuovi record statistici, che si giocherà una parte della competitività futura delle aziende italiane.