La BCE torna ad alzare i tassi e per le imprese europee si riapre il nodo del costo del denaro. Il Consiglio direttivo ha deciso un incremento di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%. È il secondo rialzo del 2026, deciso per contrastare le nuove pressioni inflazionistiche generate soprattutto dall’aumento dei prezzi dell’energia.
La decisione arriva in una fase delicata per l’economia europea. Come ha spiegato la presidente della BCE Christine Lagarde, l’economia dell’area euro ha mostrato capacità di tenuta nel secondo trimestre e la crescita è stata diffusa tra Paesi e settori. Ma il quadro resta fortemente condizionato dalle tensioni in Medio Oriente: secondo Francoforte, l’inflazione dovrebbe rimanere sopra l’obiettivo del 2% per un periodo prolungato e i rischi restano orientati verso prezzi più elevati e una crescita più debole.
Le nuove proiezioni della BCE fotografano questo equilibrio. La crescita del Pil dell’area euro è prevista allo 0,9% nel 2026, leggermente sopra lo 0,8% stimato a giugno, e all’1,4% nel 2027. L’inflazione dovrebbe invece attestarsi mediamente al 3% quest’anno e al 2,5% nel 2027.
Per le imprese italiane la stretta monetaria assume un significato particolare perché arriva proprio mentre il ricorso al credito sta tornando a crescere. Secondo i dati pubblicati il 9 settembre da Banca d’Italia, a luglio i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati del 4,1% su base annua, accelerando rispetto al 3,2% di giugno. I finanziamenti all’intero settore privato sono cresciuti del 3,5%.
Ma il credito era già diventato più costoso prima della decisione della BCE. A luglio il tasso medio sui nuovi finanziamenti alle società non finanziarie era salito al 3,79%, dal 3,70% di giugno. Per i prestiti fino a un milione di euro il costo raggiungeva il 4,37%, mentre sopra questa soglia si attestava al 3,55%. Una differenza che rende il tema particolarmente sensibile per le aziende di dimensioni più contenute.
Il nuovo rialzo dei tassi introduce quindi un ulteriore elemento nelle decisioni finanziarie degli imprenditori. Un costo del capitale più elevato può incidere sulla convenienza di acquistare nuovi macchinari, ampliare gli stabilimenti, realizzare acquisizioni o finanziare progetti di digitalizzazione e crescita. Allo stesso tempo, l’aumento dei costi energetici può spingere le aziende a cercare maggiore liquidità per sostenere il capitale circolante.
Banca d’Italia aveva già rilevato nel Bollettino economico di luglio che il credito alle imprese stava accelerando, mentre aumentavano i tassi sui nuovi finanziamenti aziendali. La combinazione tra maggiore domanda di credito e nuova stretta monetaria diventa quindi uno degli elementi da osservare nei prossimi mesi.
La questione per le imprese non sarà soltanto quanto credito sarà disponibile, ma a quale prezzo e per quale finalità verrà utilizzato. Se i finanziamenti continueranno a crescere sostenendo nuovi investimenti, il dato potrà indicare una maggiore fiducia nelle prospettive economiche. Se invece serviranno soprattutto a finanziare liquidità e maggiori costi operativi, il quadro sarà più fragile.
La BCE, intanto, non ha indicato un percorso prestabilito per le prossime mosse. Con energia e inflazione nuovamente al centro dello scenario europeo, le decisioni continueranno a dipendere dai dati. Per aziende e investitori significa convivere ancora con una variabile che negli ultimi anni è tornata determinante nelle strategie d’impresa: il prezzo del capitale.