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Banche e territorio, il modello della finanza “geocircolare”: quando il profitto torna all’economia locale

Al convegno sull’Economia fraterna di Busto Garolfo il confronto sul ruolo sociale dell’impresa e del credito. Gatti: «Almeno il 95% dei finanziamenti delle Bcc resta nel territorio»

by Redazione Corriere Business
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Il profitto è necessario per investire, innovare e creare occupazione. Ma la questione economica non termina con la produzione dell’utile: riguarda anche come quel valore viene utilizzato e quanto riesce a generare nuova crescita nel territorio in cui è stato prodotto.

È il tema emerso dal convegno “L’economia va a scuola. Quando è in comunione, non in competizione”, organizzato a Busto Garolfo nell’ambito della tre giorni dedicata all’Economia fraterna. Al centro del confronto, il rapporto tra pensiero economico francescano, impresa e modello del credito cooperativo.

A discuterne sono stati fra Felice Autieri, storico del francescanesimo e docente di Storia della Chiesa, e Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse, con le conclusioni affidate a Roberto Scazzosi, presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate.

Secondo Autieri, interpretare la tradizione francescana come una contrapposizione al denaro o all’attività imprenditoriale significa perdere una parte importante di quella riflessione economica. «Francesco non si è mai scagliato contro il denaro o contro l’imprenditoria», ha spiegato, sottolineando come il problema emerga quando le dinamiche economiche finiscono per compromettere la dignità della persona.

La stessa scuola economica francescana sviluppò una riflessione sul capitale, sul rischio e sul ruolo dell’imprenditore. Chi investe e assume un rischio, ha osservato Autieri, ha diritto al ritorno economico dell’investimento, ma quest’ultimo dovrebbe produrre effetti positivi anche sulla società.

Una concezione che nei secoli ha trovato espressione in esperienze come i Monti di Pietà e i Monti Frumentari e che Gatti ha collegato al modello contemporaneo del credito cooperativo.

Sono soprattutto due numeri a spiegare il meccanismo. Almeno il 70% degli utili delle Bcc deve essere destinato a riserva indivisibile. Una parte consistente del risultato economico, quindi, non viene distribuita ma contribuisce a rafforzare il patrimonio della banca e, di conseguenza, la sua capacità futura di erogare credito.

Gatti ha definito questo meccanismo una «funzione intergenerazionale»: il valore prodotto oggi viene utilizzato anche per costruire la capacità della banca di operare negli anni successivi.

Il secondo elemento riguarda la destinazione dei finanziamenti. Almeno il 95% del credito deve essere erogato a persone, famiglie e imprese che vivono o lavorano nel territorio di competenza della Bcc. Il direttore generale di Federcasse ha utilizzato per descrivere il modello l’espressione «finanza geocircolare»: il risparmio raccolto localmente viene trasformato prevalentemente in credito destinato alla stessa economia locale.

Non significa mettere in secondo piano redditività ed efficienza. Al contrario, per Gatti «il profitto onestamente conseguito è indispensabile». Nel modello cooperativo l’utile assume però anche la funzione di alimentare patrimonio, credito e capacità di investimento nel tempo.

È una riflessione che riguarda direttamente anche le imprese. La questione non è scegliere tra competitività e responsabilità sociale, ma capire se le due dimensioni possano diventare parte della stessa strategia.

«Una banca deve essere solida e un’impresa deve essere sana, investire, crescere ed essere competitiva», ha sottolineato Scazzosi. La domanda arriva successivamente: una volta prodotto il reddito e chiusi i bilanci, quale effetto ha generato quell’attività sull’economia circostante?

Per il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, sostenibilità economica e sostenibilità sociale devono procedere insieme: «Senza la prima non duriamo. Ma senza la seconda rischiamo di non sapere più perché esistiamo».

Un principio che porta il dibattito oltre il mondo delle banche cooperative. In una fase in cui imprese e istituzioni finanziarie sono chiamate a misurare non soltanto redditività e crescita, ma anche impatto sul territorio, occupazione e sostenibilità, il confronto di Busto Garolfo propone una diversa lettura del profitto: non come punto di arrivo dell’attività economica, ma come risorsa capace di alimentare nuovi investimenti e nuovo valore.

La domanda, allora, non è se l’utile sia necessario. Lo è. La questione è quanto di quel valore riesca a rimanere in circolo, finanziando imprese, famiglie e nuovi progetti. È qui che la “finanza geocircolare” prova a trasformare mutualità e comunità da principi astratti a modello economico.

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