L’economia dei Paesi avanzati mette a segno una piccola accelerazione, ma l’Italia continua a viaggiare a velocità ridotta. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil dell’area Ocse è cresciuto dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti, quando l’incremento si era fermato allo 0,4%. Per l’Italia l’avanzamento è invece dello 0,2%, in rallentamento rispetto al +0,3% del primo trimestre.
Numeri contenuti, ma sufficienti a restituire un’immagine abbastanza chiara della congiuntura: la crescita c’è e interessa quasi tutte le economie considerate, ma procede a velocità molto diverse. Secondo le stime provvisorie diffuse dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, 27 dei 30 Paesi per i quali erano disponibili i dati hanno registrato un aumento del Pil, mentre Austria, Belgio e Cile sono rimasti fermi. Il +0,5% medio nasconde quindi un panorama molto meno uniforme di quanto possa suggerire il dato aggregato.
L’Italia cresce, ma meno della media
Per l’economia italiana il secondo trimestre porta un +0,2%. Non è una contrazione, naturalmente, ma neppure il segnale di quell’accelerazione che consentirebbe di ridurre in maniera significativa il divario di crescita con le economie più dinamiche. Il confronto con il trimestre precedente rende il quadro ancora più evidente: mentre l’area Ocse passa dal +0,4% al +0,5%, l’Italia rallenta dal +0,3% al +0,2%. Per imprese e investitori è probabilmente questo il dato più interessante. Più che il singolo decimale di Pil, conta infatti la difficoltà dell’economia italiana nel consolidare un ritmo di espansione più sostenuto.
L’Ocse, nel suo Economic Outlook di giugno, aveva già previsto per l’Italia una crescita del Pil limitata allo 0,5% nell’intero 2026, indicando tra i fattori di debolezza lo shock dei prezzi energetici, capace di frenare consumi delle famiglie, investimenti ed esportazioni. A compensare almeno in parte questi effetti dovrebbe contribuire l’aumento dell’impiego delle risorse del Pnrr.
È una combinazione particolarmente importante per il sistema produttivo italiano: da una parte investimenti pubblici e fondi europei, dall’altra costi energetici e incertezza internazionale che continuano a pesare sulle decisioni delle imprese.
Anche il G7 rallenta
La fotografia diventa ancora più interessante osservando le principali economie avanzate. Nel complesso, la crescita dei Paesi del G7 è rallentata allo 0,3%, dopo il +0,4% del primo trimestre. Il risultato deriva da andamenti piuttosto differenti tra le singole economie. È quindi difficile parlare di una ripresa sincronizzata. L’economia internazionale continua piuttosto a muoversi per blocchi, con Paesi che accelerano e altri che faticano a trovare un ritmo stabile.
Su base annua, tuttavia, il quadro dell’area Ocse appare più robusto: nel secondo trimestre la crescita del Pil è salita al 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, contro l’1,7% registrato nel primo trimestre. Tra le economie del G7, gli Stati Uniti hanno segnato l’incremento annuo più elevato, pari al 2,1%, mentre il Giappone si è fermato allo 0,5%.
Per le imprese il nodo resta la qualità della crescita
Per chi guida un’azienda, tuttavia, la differenza tra uno 0,2 e uno 0,5% racconta soltanto una parte della storia. La questione decisiva riguarda la qualità e la sostenibilità della crescita: investimenti, produttività, consumi, domanda internazionale e capacità del sistema economico di assorbire shock esterni. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia continua a presentare elementi di fragilità strutturale.
Nel suo studio economico dedicato al Paese, pubblicato in primavera, l’Ocse aveva riconosciuto alcuni progressi dell’economia italiana rispetto al periodo precedente alla pandemia, sottolineando la crescita dell’occupazione e dei redditi reali. Allo stesso tempo, aveva richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare competitività e produttività e di mantenere lo slancio delle riforme.
La disponibilità delle risorse del Pnrr rende i prossimi trimestri particolarmente importanti. Il punto non sarà soltanto spendere le risorse entro le scadenze previste, ma trasformarle in investimenti capaci di aumentare il potenziale di crescita anche quando il programma europeo sarà terminato.
Un’accelerazione che resta fragile
Il +0,5% dell’area Ocse rappresenta dunque un segnale positivo, ma non autorizza ancora a parlare di una vera svolta del ciclo economico. La crescita coinvolge quasi tutti i Paesi osservati, ma le differenze rimangono ampie e lo scenario internazionale continua a essere condizionato dalle tensioni geopolitiche, dall’energia e dall’incertezza sulla domanda globale. Per l’Italia il messaggio è ancora più netto. Il Pil continua a crescere, ma a un ritmo dello 0,2% che difficilmente può essere considerato sufficiente per cambiare strutturalmente passo.
Per il sistema delle imprese, la partita dei prossimi mesi sarà quindi meno legata alla semplice capacità di restare sopra lo zero e molto di più alla possibilità di trasformare investimenti e riforme in produttività. È lì, più che nel prossimo decimale di Pil, che si giocherà la distanza tra una crescita che resiste e un’economia che torna davvero ad accelerare.