Il commercio mondiale continua a crescere, ma la sua geografia sta cambiando rapidamente. Per le imprese italiane significa dover guardare oltre i mercati tradizionali e costruire nuove rotte commerciali, in uno scenario nel quale dazi, tensioni geopolitiche e trasformazione tecnologica stanno ridisegnando le catene globali del valore.
È il quadro delineato dal Centro Studi di Confindustria nel rapporto Export italiano tra fratture e nuove rotte, presentato il 16 settembre. Tra il 2024 e la prima metà del 2026 il commercio mondiale è aumentato del 9%, ma il 90% della crescita dell’export è stato generato dall’Asia, mentre il contributo dell’Europa è risultato sostanzialmente nullo.
Il dato racconta una trasformazione più profonda della semplice dinamica degli scambi. Il baricentro della crescita si sta spostando verso Asia, India, Paesi Asean e America Latina, mentre l’Europa fatica a inserirsi nella nuova fase di espansione legata soprattutto agli investimenti digitali e all’intelligenza artificiale.
L’Italia resiste, ma è più concentrata
In questo scenario il Made in Italy mantiene una capacità di tenuta significativa. Nel 2025 le esportazioni italiane sono cresciute del 3,3%, ma il risultato è stato sostenuto soprattutto da un numero ristretto di mercati e comparti. Gli Stati Uniti hanno rappresentato il principale contributo alla crescita per destinazione, mentre la farmaceutica è stata il settore con il maggiore apporto all’aumento dell’export.
Gli Usa sono diventati infatti sempre più importanti per le imprese italiane: nel 2025 hanno assorbito il 10,8% delle esportazioni, 1,3 punti in più rispetto al 2019. Parallelamente, la Cina ha rafforzato il proprio peso come fornitore, arrivando a rappresentare il 10,2% delle importazioni italiane, 2,8 punti in più rispetto al periodo pre-Covid. I Paesi dell’Unione europea restano comunque centrali, assorbendo il 51,3% dell’export italiano e fornendo circa il 57% delle importazioni.
La maggiore concentrazione, tuttavia, espone le aziende ai cambiamenti delle singole aree. È evidente nel rapporto con gli Stati Uniti: secondo una stima del Centro Studi Confindustria, allo shock dei dazi è associato, a parità delle altre condizioni, un calo fino al 9% delle vendite di prodotti italiani negli Usa dopo nove mesi.
Non tutti i settori sono però colpiti allo stesso modo. La farmaceutica ha continuato a sostenere l’export verso gli Stati Uniti, mentre comparti come autoveicoli, metalli di base, mobili, computer ed elettronica, bevande e prodotti chimici hanno registrato perdite più pesanti nella prima parte del 2026.
La nuova partita si gioca anche in Asia
Il cambiamento non riguarda soltanto le destinazioni delle esportazioni, ma anche la struttura delle filiere. Confindustria rileva che la quota cinese nelle importazioni italiane di prodotti tecnologicamente avanzati è più che raddoppiata, passando dal 14,2% del 2019 al 34,8% del 2025. La Cina è quindi sempre più presente non solo nei prodotti a basso costo, ma anche negli input tecnologici utilizzati dalle imprese italiane.
È uno dei paradossi della nuova globalizzazione: la Cina rappresenta contemporaneamente un concorrente industriale e un fornitore sempre più importante per le aziende occidentali. Per questo la risposta non può essere semplicemente ridurre gli scambi. Secondo il Centro Studi Confindustria, la priorità diventa piuttosto diversificare le fonti di approvvigionamento e le destinazioni commerciali, riducendo le vulnerabilità senza rinunciare ai vantaggi delle filiere internazionali.
India, Mercosur e Golfo tra le nuove rotte
È qui che entrano in gioco i mercati sui quali le imprese italiane sono chiamate a rafforzare la presenza. Gli accordi commerciali dell’Unione europea con Mercosur e India possono aprire nuove opportunità. Secondo Confindustria, nel complesso contribuiscono alla costruzione di un’area di libero scambio che coinvolge oltre 2 miliardi di persone, quasi un quarto del Pil e degli scambi mondiali.
Il rapporto evidenzia inoltre il potenziale dei Paesi del Golfo: tra il 2019 e il 2025 le vendite italiane nell’area sono aumentate del 76%, oltre il doppio della crescita registrata verso il complesso dei mercati extra-Ue, pari al 33%. Anche in questo caso, però, la crescita non è priva di rischi. Le tensioni geopolitiche e i costi energetici possono incidere sulle rotte commerciali e sulla convenienza delle forniture.
Per le imprese italiane la sfida diventa quindi più complessa rispetto alla semplice ricerca di nuovi clienti. Internazionalizzare oggi significa anche scegliere dove produrre, da dove acquistare, quali mercati presidiare e quanto dipendere da un singolo Paese.
La globalizzazione non sta finendo: sta cambiando forma. E per il Made in Italy la capacità di adattarsi a questa nuova geografia potrebbe diventare uno dei principali fattori di competitività dei prossimi anni.