Le tensioni geopolitiche tornano a spingere i prezzi dell’energia e riaprono un fronte che per le imprese italiane non si è mai realmente chiuso. Nella giornata di lunedì 31 agosto, con l’inasprirsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, il petrolio Brent con consegna a novembre ha superato i 90 dollari al barile, con rialzi superiori al 2%, mentre il Wti si è portato oltre gli 85 dollari. In forte aumento anche il gas naturale europeo, con le quotazioni di Amsterdam arrivate in area 70 euro per megawattora.
Il movimento delle materie prime energetiche si è riflesso immediatamente sui mercati azionari. Piazza Affari ha terminato la seduta sostanzialmente invariata, con il Ftse Mib in calo dello 0,01% a 52.612 punti, ma a sostenere il listino sono stati proprio i titoli maggiormente esposti all’energia. Tenaris ha guadagnato il 2,97%, Saipem il 2,29% ed Eni il 2,26%, in una giornata caratterizzata invece da maggiore debolezza sulle principali Borse europee.
Al di là delle oscillazioni finanziarie, il tema centrale per l’economia italiana riguarda però l’impatto che la nuova fase di tensione energetica può produrre sui costi delle aziende. Un quadro particolarmente significativo arriva dall’aggiornamento “I segnali della congiuntura di agosto”, pubblicato il 31 agosto dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese. Secondo l’analisi, a luglio il prezzo del gas è aumentato del 20% rispetto a giugno ed è risultato del 61,3% superiore alla media di febbraio, il mese precedente all’inizio della crisi del Golfo.
Una dinamica analoga, anche se meno accentuata, riguarda l’elettricità. Come prosegue l’analisi di Confartigianato, il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è salito a luglio del 18,5% rispetto a giugno, collocandosi il 37,3% sopra la media di febbraio. I dati sono elaborati dall’Ufficio Studi dell’associazione sulla base, tra le altre, delle informazioni di GME, Mase, Banca d’Italia, Bce, Commissione europea, Eurostat e Istat.
Per le imprese la questione non riguarda soltanto la bolletta energetica. Un aumento persistente dei prezzi di gas, elettricità e carburanti tende infatti a propagarsi lungo le filiere attraverso costi di produzione, logistica e trasporto, comprimendo i margini soprattutto nei comparti nei quali l’energia rappresenta una quota significativa dei costi complessivi. La capacità di trasferire questi rincari sui prezzi finali dipende poi dal settore, dalla forza contrattuale dell’impresa e dall’intensità della concorrenza, con un’esposizione generalmente maggiore per le realtà di dimensioni più contenute.
Il problema assume un peso particolare per l’Italia, dove la dipendenza dall’approvvigionamento energetico internazionale rende il sistema produttivo particolarmente sensibile alle oscillazioni delle commodity. La guerra nel Golfo ha inoltre aperto un secondo fronte per le aziende italiane: quello delle esportazioni. Confartigianato rileva che nei primi quattro mesi del conflitto, da marzo a giugno 2026, l’export italiano verso il Medio Oriente ha perso 2,162 miliardi di euro su base annua, registrando la contrazione in valore più elevata tra tutti i Paesi dell’Unione europea.
La flessione delle esportazioni italiane verso l’area è stata del 22,7%, contro una media europea dell’8,7%. L’Italia concentra così il 46,1% dei 4,691 miliardi di euro di minori esportazioni registrate complessivamente dall’Unione europea verso i mercati mediorientali nel periodo considerato. Un doppio impatto, dunque: da una parte l’aumento dei costi energetici, dall’altra la maggiore difficoltà di accesso a mercati importanti per numerose filiere del Made in Italy.
Le conseguenze sono particolarmente rilevanti nelle regioni a maggiore vocazione manifatturiera ed esportatrice. Secondo l’analisi di Confartigianato, tra le principali regioni italiane la riduzione dell’export manifatturiero verso il Medio Oriente ha raggiunto il 26,3% in Veneto, il 12,9% in Emilia-Romagna e il 9,1% in Lombardia. A livello provinciale, tra le flessioni più marcate figurano Bergamo, con -27,5%, Vicenza con -25,9% e Milano con -15,5%.
«Gli effetti della guerra nel Golfo si stanno moltiplicando», aveva sottolineato nei giorni scorsi Marco Granelli, presidente di Confartigianato, evidenziando come le imprese non siano esposte soltanto all’aumento dei costi energetici, ma anche al calo delle esportazioni verso il Medio Oriente. Un fenomeno che interessa in particolare filiere caratterizzate da una forte presenza di micro e piccole aziende e che, secondo l’associazione, rende necessario intervenire sia sull’impatto dei rincari energetici sia sulla capacità delle imprese di diversificare i mercati di destinazione.
La nuova accelerazione delle commodity arriva inoltre in un momento delicato per l’inflazione. Un aumento dell’energia può infatti produrre un primo effetto diretto sui prezzi e, se prolungato, trasferirsi progressivamente anche alle altre componenti attraverso i maggiori costi sostenuti dalle imprese. Per questo l’andamento di petrolio e gas torna a essere osservato non soltanto dai settori energivori, ma anche dai mercati finanziari e dalle banche centrali.
Per il sistema produttivo italiano il rischio è che quella energetica torni quindi a essere una variabile capace di condizionare margini, investimenti e competitività. Il problema non è tanto una singola seduta con petrolio sopra i 90 dollari o gas vicino ai 70 euro, quanto la durata della fase di tensione. Se i prezzi dovessero mantenersi su livelli elevati, le aziende sarebbero nuovamente chiamate a decidere quanta parte dei maggiori costi assorbire e quanta trasferire a valle.
Dopo anni nei quali energia, approvvigionamenti e geopolitica sono entrati stabilmente nelle strategie aziendali, il messaggio che arriva dai mercati è quindi chiaro: il costo dell’energia non è più soltanto una voce del conto economico, ma una variabile strategica che può incidere direttamente sulla capacità delle imprese di competere, investire ed esportare.