Nel 2026 le spese obbligate continuano a pesare in maniera significativa sui bilanci delle famiglie italiane. Secondo l’ultima analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio sui consumi dal 1995 a oggi, i costi difficilmente comprimibili, come quelli per abitazione, energia, sanità e trasporti, arrivano ad assorbire il 41,7% dei consumi complessivi, rispetto al 37% di trent’anni fa.
Una quota elevata che riduce inevitabilmente le risorse che le famiglie possono destinare agli acquisti discrezionali. Complessivamente, nel 2026 le spese obbligate raggiungono i 9.693 euro pro capite.
A incidere maggiormente è la casa, che da sola assorbe 5.335 euro per abitante, oltre la metà del totale delle spese obbligate. Seguono assicurazioni e carburanti, con 2.310 euro, ed energia, gas e combustibili, con 1.829 euro pro capite.
Proprio sul fronte dei prezzi emerge uno degli elementi più significativi dell’analisi. Negli ultimi trent’anni l’indice dei prezzi dei beni e servizi obbligati è cresciuto di circa il 140%, più del doppio rispetto al +57% registrato dai beni commercializzabili. Per i servizi commercializzabili l’incremento è stato invece dell’88,4%. Particolarmente marcata la crescita dei prezzi dell’energia, che dal 1995 ha superato il 200%.
Nonostante la pressione esercitata dai costi incomprimibili, le famiglie hanno cercato di mantenere i propri livelli di consumo modificando la composizione della spesa. Nel corso degli anni, inoltre, è diventato sempre meno netto il confine tra consumi obbligati e discrezionali: prodotti e servizi come smartphone, computer e connessioni internet sono ormai considerati essenziali per lavorare, studiare e accedere a numerosi servizi, dai rapporti con le banche a quelli con la pubblica amministrazione.
Parallelamente si è ridotto lo spazio riservato ai consumi liberi. Le famiglie stanno cercando di recuperare terreno soprattutto nei servizi commercializzabili, come viaggi, cultura e ristorazione, senza tuttavia essere ancora tornate al picco del 21,3% raggiunto nel 2019. La quota dei beni commercializzabili scende invece al 37,5% nel 2026.
Sul quadro dei consumi incidono anche le trasformazioni demografiche del Paese. Oltre un quarto della popolazione italiana ha ormai più di 65 anni, mentre rispetto al picco raggiunto nel 2014 si contano circa 1,5 milioni di residenti in meno.
Considerando i consumi in termini reali e depurando quindi i dati dagli effetti dell’inflazione e della riduzione della popolazione, emerge che la crescita pro capite dei beni commercializzabili si è concentrata soprattutto tra il 1995 e il 2007. È seguito un lungo periodo di sostanziale stagnazione e soltanto nel biennio 2025-2026 i volumi per abitante sono tornati sui livelli precedenti alla crisi del 2007.
Nel 2026 si registra comunque una maggiore propensione verso alcuni acquisti non essenziali. Crescono in particolare i consumi di prodotti tecnologici e di beni durevoli, favoriti anche dalla riduzione dei prezzi. A trainare il recupero sono soprattutto i servizi legati al tempo libero, alla ristorazione e ai viaggi, che aumentano dell’1,9%, pari a circa 98 euro in più per abitante.
Più debole, invece, l’andamento dei consumi alimentari, con i volumi acquistati ancora in calo. Una dinamica legata sia all’invecchiamento della popolazione sia al cambiamento degli stili di vita e delle abitudini di consumo.
Secondo Confcommercio, la forte crescita dei prezzi dei beni e dei servizi essenziali ha contribuito inoltre ad alimentare nelle famiglie una percezione dell’inflazione superiore a quella effettivamente registrata, incidendo sulla fiducia e suggerendo prudenza sulle prospettive dei consumi nel breve e medio periodo.
Per il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, nonostante il rallentamento delle spese obbligate, il loro peso sui bilanci familiari resta elevato, soprattutto per carburanti e bollette. Da qui la richiesta di intervenire sul fronte fiscale e sulle tariffe, riducendo tasse, distorsioni e costi fissi per liberare risorse e sostenere la ripresa dei consumi.