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PMI, più manager esterni per accelerare innovazione e crescita

Unioncamere indica nella managerializzazione, nell’apertura dei capitali e nella doppia transizione digitale e green alcune delle leve per rafforzare la competitività. Nelle imprese familiari guidate da manager esterni gli investimenti 4.0 salgono al 38%

by Redazione Corriere Business
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Per rafforzare la competitività delle imprese italiane non bastano gli investimenti in tecnologia. Servono anche competenze manageriali, nuove forme di governance e maggiore apertura del capitale. È uno dei messaggi emersi dall’audizione di Unioncamere alla X Commissione della Camera, nell’ambito dell’indagine sulle dinamiche del Pil e sulla capacità competitiva del Paese.

Il tema assume particolare rilevanza considerando la struttura del sistema produttivo italiano: l’82% delle imprese è costituito da aziende familiari. Un modello che rappresenta una caratteristica del tessuto imprenditoriale nazionale, ma che secondo Unioncamere può essere rafforzato dall’ingresso di competenze manageriali esterne.

Manager esterni e investimenti 4.0

Il dato più significativo riguarda proprio la relazione tra governance e innovazione. Nelle imprese familiari guidate da un manager appartenente alla famiglia, la quota di aziende che investe nelle tecnologie 4.0 è pari al 32%. Quando invece la guida viene affidata a un manager esterno, la percentuale sale al 38%.

La differenza non dimostra di per sé un rapporto di causa-effetto, ma indica una correlazione tra maggiore apertura della governance e propensione agli investimenti tecnologici. Per le imprese, la questione diventa quindi anche quella di integrare competenze diverse da quelle presenti nella proprietà, soprattutto in una fase in cui digitale, intelligenza artificiale e automazione stanno modificando processi e modelli di business.

Il fattore giovani

Un altro elemento indicato da Unioncamere riguarda il ricambio generazionale. Le imprese caratterizzate da una presenza elevata di lavoratori under 30 mostrano una probabilità maggiore del 10% di investire nel digitale e dell’8% nell’eco-innovazione.

Il capitale umano diventa quindi una variabile sempre più rilevante nelle strategie aziendali. L’ingresso di giovani competenze, insieme alla presenza di figure manageriali specializzate, può accompagnare le imprese nei processi di trasformazione organizzativa e tecnologica.

Per le aziende familiari il tema si intreccia inoltre con quello del passaggio generazionale, che non riguarda soltanto la successione nella proprietà, ma anche la capacità di mantenere competitiva l’impresa attraverso nuove competenze e modelli decisionali.

Più apertura anche sul fronte dei capitali

La managerializzazione si accompagna a un secondo tema: la possibilità di diversificare le fonti di finanziamento. Secondo i dati presentati da Unioncamere, il 72,1% delle PMI dipende dal credito bancario, oltre che dal capitale familiare, mentre risultano ancora meno diffusi strumenti come venture capital, private equity, obbligazioni e crowdfunding.

L’apertura a capitali esterni e strumenti di finanza alternativa è associata, nei dati Unioncamere, a una maggiore propensione all’innovazione: le imprese che adottano queste modalità hanno una probabilità superiore del 18% di investire in tecnologie strategiche, tra cui Big Data, Cloud, Internet of Things e Intelligenza artificiale.

Digitale e sostenibilità diventano strategia

L’altro asse della competitività è rappresentato dalla doppia transizione. Digitalizzazione e sostenibilità non vengono più considerate soltanto come capitoli separati di investimento, ma come elementi che possono incidere sulla produttività e sull’accesso ai mercati.

Nel biennio 2024-2025, secondo i dati presentati da Unioncamere, il 32% delle aziende più orientate alla sostenibilità utilizzava già l’intelligenza artificiale per interventi di efficientamento e riduzione delle emissioni. Inoltre, il 36,1% delle imprese prevede investimenti green nel prossimo triennio, mentre il 38% programma investimenti digitali.

La sfida per il sistema produttivo

Dalla fotografia di Unioncamere emerge così una trasformazione che riguarda governance e organizzazione prima ancora che tecnologia. Per le imprese italiane, soprattutto quelle familiari, la competitività passa sempre più dalla capacità di combinare proprietà, competenze manageriali, capitale umano e nuove risorse finanziarie.

Sul fronte delle politiche industriali, Unioncamere indica inoltre la necessità di favorire aggregazioni, managerializzazione e apertura del capitale, insieme a incentivi più semplici e a una riduzione della burocrazia, indicata come un freno da quasi il 65% delle aziende.

La sfida, dunque, non è soltanto investire di più, ma creare le condizioni organizzative e finanziarie per investire meglio: una partita che coinvolge direttamente imprenditori, amministratori delegati e professionisti chiamati ad accompagnare la trasformazione delle imprese.

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