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L’intervista immaginaria con Gianni Agnelli sull’Italia che verrà

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In un’atmosfera sospesa tra memoria e futuro,, questa intervista immaginaria — modellata sul pensiero e sul carattere dell’Avvocato — esplora i temi più cari a Gianni Agnelli: industria, responsabilità, innovazione, Europa e curiosità intellettuale. Un dialogo che non è mai avvenuto ma che potrebbe essere avvenuto, perché rispecchia il suo modo di ragionare e di vedere il Paese.

A cura di Fantareale

Torino appare ovattata da una leggera foschia mattutina. In un ufficio sobrio ma elegante del centro, dove legno scuro e acciaio convivono con fotografie in bianco e nero di fabbriche e piste da sci, immagino Gianni Agnelli seduto accanto a una grande scrivania. L’ambiente non è reale, ma ricreato attraverso i ricordi collettivi del suo stile, della sua voce, del suo sguardo curioso e un po’ ironico. In questa dimensione sospesa — non un’evocazione del passato, ma un ponte ideale con ciò che Agnelli ha rappresentato — prende forma una conversazione che rielabora ciò che la sua figura pubblica ha lasciato intendere nel corso degli anni: una visione dell’Italia come luogo di possibilità, sempre in equilibrio tra tradizione e modernità.

Avvocato, lei ha sempre insistito sul concetto di responsabilità delle élite. Come si colloca questo principio nel futuro dell’economia italiana?

La responsabilità delle élite non è mai stata un privilegio, ma un dovere. In Italia, questo concetto è spesso frainteso: c’è chi lo scambia per un retaggio aristocratico, chi per una forma di controllo. Per me è sempre stato il contrario. Chi ha visione, chi ha mezzi, chi ha competenze deve sentirsi obbligato a restituire. Non si può parlare di futuro economico senza un patto di fiducia tra chi guida e chi lavora. È questo che ha permesso al Paese di superare i momenti più difficili: una sorta di alleanza implicita, che oggi va ricostruita con trasparenza e modernità.

La centralità dell’industria è stata una sua bandiera. Oggi, nell’epoca della digitalizzazione, questo principio vale ancora?

L’industria rimane l’ossatura del Paese. Possiamo cambiare processi, materiali, schemi produttivi, ma non possiamo rinnegare la nostra natura: siamo un popolo che crea, che costruisce, che trasforma. La digitalizzazione non è un rivale dell’industria; è un alleato che la rende più precisa, sostenibile, intelligente. L’Italia ha il vantaggio di saper dare un’anima agli oggetti. Se a questa identità aggiungiamo la tecnologia, possiamo competere dove altri producono quantità ma non qualità.

Lei è sempre stato un europeista convinto. Che ruolo dovrebbe avere l’Italia nella nuova Europa economica?

L’Europa è stata una scelta, non un destino. E in questa scelta l’Italia ha avuto un ruolo decisivo. Oggi, per contare, non basta esserci: bisogna proporre. Serve un’Italia che porti idee, non solo richieste. Dovremmo essere i custodi del Mediterraneo, un ponte commerciale e culturale tra Nord e Sud del mondo. Ma serve coerenza politica, pragmatismo e una diplomazia economica capace di muoversi con discrezione e fermezza. L’Europa sarà forte se gli Stati che la compongono lo saranno, e l’Italia deve ritrovare una voce autorevole.

Che rapporto dovrebbe avere l’Italia con l’innovazione e il rischio?

Il rischio è una parola che nel nostro Paese mette paura, mentre altrove è considerato un fattore di crescita. Innovare non significa distruggere ciò che c’è, ma migliorarlo. La nostra difficoltà sta nella lentezza burocratica e nella diffidenza verso il nuovo. Per cambiare rotta occorre un ecosistema che incoraggi chi vuole intraprendere. Per tradizione, noi italiani siamo creativi; dobbiamo diventare anche più coraggiosi. E questo si ottiene con strumenti semplici: formazione solida, incentivi stabili, meritocrazia vera.

Avvocato, qual è la sua opinione sul ruolo dei giovani nell’economia di domani?

I giovani devono poter sbagliare senza essere marchiati. Non si cresce senza errori. In Italia c’è un eccesso di protezionismo: si ha paura di mettere i giovani in prima linea. Io ho sempre creduto che chi ha entusiasmo debba avere anche responsabilità, perché è lì che nasce il carattere. Il Paese deve lasciare spazio a nuove mentalità, a chi guarda oltre i confini e porta idee fresche. Una nazione che non dà fiducia ai suoi giovani si condanna all’irrilevanza.

Un aneddoto: c’è un episodio che esprime il suo modo di interpretare l’economia e il mondo?

Una volta, durante un viaggio in Giappone, mi capitò di visitare una piccola fabbrica di componenti meccanici. Non era un grande impianto, niente tecnologia esagerata, solo una cura quasi religiosa per ogni dettaglio. Il proprietario mi disse: “Qui lavoriamo come se un imperatore potesse entrare ogni giorno”. Non voleva impressionarmi, era semplicemente il loro modo di essere. Da allora, ho capito che la qualità non è una strategia, è un atteggiamento mentale. È questo che vorrei vedere sempre di più in Italia: la consapevolezza che il nostro lavoro parla di noi, e ci rappresenta nel mondo.

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